Il Foglio 11.9.2007
Audizioni surreali in parlamento, si parla anche di banane
Assuntina Morresi
Davvero tutto è pronto e chiarito, in Gran Bretagna, in vista della creazione
di embrioni misti uomo-animale? Oppure gli inglesi si sono infilati in un vero e
proprio cul de sac? Gli embrioni-chimera, infatti, aspettano ancora di essere
definiti, sia dal punto di vista scientifico sia da quello legislativo.
Da mesi si sta girando a vuoto nel tentativo di definire compiutamente cosa è
umano e cosa non lo è, e non se ne uscirà, finché si continuerà a negare un
dato di fatto: non si può definire l’umano a prescindere dalla sua evidenza,
dal fatto che l’essere umano esiste ed è ciascuno di noi.
Il dibattito ha coinvolto e coinvolge il governo, varie commissioni parlamentari
e la Human fertilisation and embryology authority, che si occupa di
fertilizzazione e ricerca su embrioni umani. Nel gennaio scorso, la Hfea aveva
dichiarato che “probabilmente” la ricerca su questo tipo di embrioni era di
sua competenza, ma è in corso una dura lotta con l’altro ente regolatore che
si occupa della sperimentazione animale, perché l’attribuzione di competenza
dipende ovviamente dalla natura degli embrioni ibridi. Perché la Hfea possa
autorizzarne la creazione, infatti, un embrione deve, secondo la legge, avere
patrimonio genetico completamente umano e capacità di svilupparsi. La nuova
entità uomo-animale non soddisfa né la prima né la seconda condizione, anche
perché per testarne la possibilità di sviluppo bisognerebbe impiantarlo
nell’utero di una donna, il che è proibito (almeno per ora). Insomma, non si
può verificare uno dei requisiti richiesti dalla legge, perché la legge stessa
lo vieta. Alle audizioni parlamentari, così, si è sentito dire di tutto, con
toni che non sarebbero dispiaciuti a Ionesco. Leggiamo nei resoconti delle
audizioni che il professor Martin Bobrow, presidente del Gruppo di lavoro sugli
embrioni ibridi dell’Accademia delle scienze mediche, sostiene: “La
definizione di umanità che io conosco si applica a tutto ciò che cammina sulla
terra piuttosto che a quello che vive in un disco di Petri, e non sono sicuro
che ci sia una risposta netta”.
Ibridi geneticamente disabili
Il reverendo Lee Rayfield, della Chiesa d’Inghilterra, invece, introduce il
concetto di embrione diversamente abile – per lui un embrione interspecie è
un essere umano “geneticamente disabile” – e specifica, con accenti che
ricordano “una rosa è una rosa è una rosa” di Gertrude Stein, che “un
umano è un umano è un umano. Quanti geni devi mettere in un umano per farne un
umano?”. Mentre, al direttore del Consiglio di bioetica scozzese, Calum
MacKellar, che chiede: “Qual è la definizione di persona?”, il presidente
della commissione risponde: “Le domande le facciamo noi”.
La Hfea ha proposto cinque definizioni di embrioni misti, a seconda delle
tecniche con cui si potrebbero creare, e il governo, nella sua proposta di
revisione di legge, ne ha formulate altrettante, quattro simili e una nuova, la
famosa catch-all, “pigliatutto”, indipendente da come si fabbricano gli
embrioni: se fra breve venissero fuori nuove tecniche, infatti, bisognerebbe
mettere di nuovo le mani sulla legge per aggiornarla.
“Consideriamo totalmente insoddisfacente l’approccio del governo alle
definizioni di embrione interspecie, in particolare rispetto alla definizione
della sottosezione (e) “pigliatutto” – definizione che nessuno dei nostri
testimoni è stato capace di spiegarci” – conclude la commissione
parlamentare che ha formulato una prima revisione delle proposte governative,
mentre il Medical research council dichiara : “Siamo tutti incompetenti”, e
poi: “Siamo andati a consultare i nostri referenti del settore e altre figure
di esperti e nessuno di loro riusciva a capire questa descrizione”.
Fra i vari tipi di embrioni misti, allora, quali sono abbastanza umani da essere
regolati dalla Hfea, e quali sufficientemente animali da ricadere nella
normativa sulla sperimentazione animale? Ancora Bobrow, per esempio, dice che
quel che rende un’entità umana piuttosto che animale non è facilmente
misurabile in termini di Dna, ma visto che comunque una linea va tracciata, non
vede perché non possa essere il cinquanta per cento. Ted Webb, dipartimento
della Salute, pensa “quello che dobbiamo cercare di fare nella legge è
identificare le entità che sono più umane che animali”. Obietta il
presidente della commissione: “Dare una maggiore protezione a qualcosa che
contiene solo il cinquanta per cento di umano piuttosto che il novanta per cento
sembra essere illogico”, mentre al dottor Doug Naysmith, parlamentare, che
chiede quale sia “la differenza fra il 50, il 25 e il 70 per cento” di
umanità, il professor Robin Lovell-Badge, del MRC National Institute for
Medical Research spiega, presumibilmente serissimo, che “si può iniziare con
un embrione che è al venti per cento umano e finire con qualcosa che è al
sessanta per cento umano o viceversa”.
Perplessa anche Caroline Flint, ministro della Salute: “Non credo sia
necessario dare una maggiore protezione a un’entità che è, diciamo, 50 per
cento umana e 50 animale. Lo possiamo stabilire basandoci su quanto si sa su
cosa si può fare in termini di tecnologia e per quale scopo”. E non poteva
mancare la star del momento, il dottor Stephen Minger, del King’s College, uno
dei due scienziati che ha richiesto la licenza per gli embrioni misti: “Cos’è
il 50 per cento? E’ il 50 per cento di Dna, il 50 per cento dei geni, il 50
per cento delle sequenze codificate, il 50 per cento dei cromosomi?”. Ian
Gibson, parlamentare e genetista, gli fa notare: “Vista la grande somiglianza
fra i Dna, le banane e gli umani hanno una somiglianza del 30 per cento nel
Dna”. E Minger, senza fare una piega: “Esattamente”. A questo punto la
commissione interparlamentare si è arresa, ha dichiarato che “l’argomento
di quale proporzione dell’entità sia umana e quale animale non è chiaro”,
e ha proposto un’unica nuova definizione di embrione interspecie. A novembre
sapremo come andrà a finire