Il Foglio 1.2.2006
I produttori della Ru486 non la registrano perché temono i controlli
Assuntina Morresi, Eugenia Roccella
Il 22 novembre scorso, Silvio Viale, il medico noto per aver avviato la sperimentazione della pillola abortiva Ru486 all’ospedale Sant’Anna di Torino, dichiarava: “Sembra un’epidemia… tutti a chiedersi come mai la ditta produttrice non abbia chiesto la registrazione del farmaco, insinuando che ci sia qualcosa di losco o di scientificamente poco valido”.
Perché, chiedeva accorato Viale, tanti sospetti nei confronti della Exelgyn, “piccola ditta nata con lo scopo di garantire la produzione di mifepristone”?
Gli rispondiamo subito. Contrariamente a quanto la campagna dei sostenitori dell’aborto chimico lascia capire, non esiste un divieto, un impedimento burocratico o legislativo che impedisca l’ingresso del farmaco in Italia. Semplicemente, la Exelgyn, che distribuisce la Ru486 in Europa, non ne ha mai chiesto la registrazione in Italia. Ai medici che vogliono proporre alle donne l’aborto chimico non resta che procurarsi i farmaci sfruttando le pieghe della legislazione, comprandoli all’estero o passando attraverso la finzione della sperimentazione.
Dopo i primi entusiasmi, accompagnati da roventi accuse al Vaticano o a Storace, tra i supporter della pillola abortiva si è creato un consistente imbarazzo. Più volte, infatti, è stato detto e scritto che l’iter per la registrazione italiana del farmaco era stato avviato, ma agli annunci non sono mai seguiti i fatti. Per settimane le notizie sulla Exelgyn si sono accavallate e inseguite fino a diventare ridicole: lo fa, lo sta per fare, l’ha già fatto, non l’ha ancora fatto ma lo farà. Alla fine, sulla questione è calato un velo pietoso di silenzio.
La citata dichiarazione di Silvio Viale si chiudeva con un invito ai giornalisti a chiedere direttamente alla Exelgyn i motivi per cui non promuove la procedura di mutuo riconoscimento per l’Italia. A noi il suggerimento è piaciuto, e l’abbiamo raccolto.
Il 15 dicembre abbiamo quindi inviato una prima mail con una serie di domande, che la Exelgyn ha ignorato. Due settimane dopo abbiamo mandato un cortese sollecito; dall’altra parte nessun segnale di vita. A tutt’oggi, la ditta non ha risposto, e ormai disperiamo lo faccia mai: il mistero sulla mancata richiesta di registrazione è ben custodito.
Nella lettera avevamo posto varie domande. Per esempio, perché l’azienda ha mai chiesto la registrazione del mifepristone all’Emea (l’ente europeo) come farmaco abortivo, ma solo per la sindrome di Cushing (una rara disfunzione endocrina); o perché non l’ha chiesta quando nel governo di centro-sinistra c’era un ministro come Veronesi, favorevole alla Ru486. Adesso il ministro Storace chiude i rubinetti che dall’estero rifornivano alcuni ospedali, sollevando grande indignazione.
Anche chi protesta dovrà però ammettere che comprare il farmaco in altri paesi non è una soluzione, come non lo è promuovere nuove sperimentazioni. L’unica sperimentazione effettiva è stata condotta dal ginecologo Giampiero Crosignani già nel 1988, a Milano, nell’ambito di una ricerca dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non si può dunque fingere di sperimentare all’infinito, né si può continuare a lambiccarsi il cervello su come ottenere la pillola di straforo. Forse sarebbe bene che i sostenitori dell’aborto chimico si appellassero pubblicamente alla Exelgyn, chiedendo i motivi di tanta pudica ritrosia.
Chissà che a loro l’azienda non risponda?
La verità è che la distribuzione della Ru486 è sempre avvenuta con modalità molto particolari, seguendo procedure d’urgenza, come negli Usa, o su richiesta esplicita dei governi, come in Francia. Lo ha ammesso lo stesso Viale, invitando le regioni a esprimersi ufficialmente in favore della pillola abortiva, nell’ottobre scorso: “Nel 2004 la ditta francese mi disse che avrebbe agito solo su richiesta italiana”.
Così il farmaco può evitare controlli accurati sui protocolli e sui criteri delle sperimentazioni. La Exelgyn infatti non teme – come qualcuno ha detto – i boicottaggi degli antiabortisti: non producendo altri farmaci, non c’è boicottaggio che possa produrre effetti peggiori della mancata distribuzione. E’ più probabile che tema le verifiche.
Solo in mezzo ai tamburi e alle fanfare ideologiche, o nel silenzio di un’accettazione acritica, l’aborto chimico può passare come facile e sicuro, e persino “dalla parte delle donne”. Le riviste scientifiche cominciano a pubblicare dati sugli effetti negativi, la scarsa sicurezza, la minore efficacia, le controindicazioni mediche e logistiche del metodo. Se si alzano voci discordi, se si diffonde un’informazione più seria, la commercializzazione del farmaco potrebbe subire contraccolpi anche nel terzo mondo, il mercato più vasto e promettente per la Ru 486.
Va detto che, grazie alle denunce di molti gruppi femministi e ad un vivace movimento d’opinione, il rifiuto nei confronti della pillola abortiva, a livello internazionale, sta crescendo. Domenica in Australia si è svolta la giornata contro la Ru486, e in un sondaggio è emerso che solo il 33 per cento delle donne australiane sarebbe favorevole all’aborto chimico.