Avvenire 25.11.2005
Silenzio sui casi di morte per la pillola Ru 486
Una notizia ci mette in crisi? Meglio non darla
Eugenia Roccella
Essere
militanti, prendere una posizione e dichiararla apertamente, condurre indagini e
battaglie d'informazione, è un modo di fare giornalismo che pratichiamo e che,
ovviamente, apprezziamo anche negli altri. Perciò non troviamo affatto
scandaloso che dalle colonne di Repubblica e di altri quotidiani, sulla Ru 486
come precedentemente sulla procreazione assistita, si conduca quella che
Giuliano Ferrara chiamerebbe una guerra culturale. E' un confronto leale e
necessario, che alimenta e stimola il dibattito pubblico. Temi come la vita, la
morte, la nascita, esigono una discussione appassionata e anche feroce. Il vero
rischio, in questi casi, è la tendenza a tacere e minimizzare, l'antica
tendenza a "chetare, sopire", invece che accapigliarsi sul futuro che
vogliamo per i nostri figli, su chi è persona e chi no, sulla selezione
genetica o l'artificializzazione dell'umano.
Bisogna, però, rispettare una precondizione: le notizie vanno date con il
rilievo che meritano, il dibattito deve avvenire sui dati concreti, non soltanto
sulle idee. Non vogliamo riproporre una vecchia regola giornalistica a cui non
abbiamo mai creduto, quella secondo cui i fatti vanno separati dalle opinioni.
Se però i fatti smentiscono le opinioni, o perlomeno ne mettono in crisi i
presupposti, non si può semplicemente cercare di farlo notare il meno
possibile, evitando di dare risposte. I fatti in questione sono quelli
pubblicati mercoledì dal New York Times, e cioè la morte da shock settico, in
seguito all'assunzione della Ru 486, di ben quattro donne nel giro di due anni,
nella sola California. Quello che colpisce nella notizia non è solo la
connessione tra aborto chimico e infezione da Clostridium Sordellii, ma il fatto
che la vera causa di queste morti sia emersa solo grazie alla battaglia legale
intrapresa dai genitori di Holly Patterson, una diciottenne morta per lo stesso
motivo nel 2003. Quante possono essere, nel mondo (e pensiamo in primo luogo a
nazioni come India e Cina) le morti da pillola abortiva, se quelle avvenute in
California, Stato che gode di strutture sanitarie d'avanguardia, sono venute
alla luce solo in seguito a un'inchiesta? È un'interrogativo che chi è
favorevole alla Ru 486 non può evitare di porsi, se ha a cuore la salute della
donna; può invece cercare, e pubblicare, eventuali prove a discarico del
mifepristone.
Il New York Times, che non è certo sospettabile di inclinazioni pro-life, dà
alla notizia, con tutti i suoi inquietanti risvolti, il giusto risalto. In
Italia, invece, dove infuria la polemica sull'introduzione della Ru 486, e dove
si dedicano ampi spazi ai medici che ne decantano l'assoluta sicurezza, sul caso
americano si sorvola, liquidandolo al massimo in poche righe. Si svela così la
natura tutta ideologica della battaglia sull'aborto chimico, una battaglia che
si basa su un assunto pregiudiziale e non dimostrato (che la Ru 486 renda
l'aborto più "facile") risolvendo la questione in pura propaganda.
Sulla pillola abortiva, sulle controindicazioni e i rischi che l'accompagnano,
bisogna dire la verità; solo sgombrando il campo dalle informazioni
superficiali e scorrette si potrà poi discutere di quello che ci sta più a
cuore. E cioè di cosa significa, per le donne, questa sorta di desertificazione
chimica del corpo e della capacità procreativa, che ci affida sempre di più, e
in forme sempre più incontrollabili, al nuovo potere medico e tecnologico