Il Foglio 16.11.2005
Meglio l’ospedale di quell’inferno”
Ombre e dolore sulla kill pill (e gli effetti collaterali si moltiplicano)
Assuntina
Morresi, Eugenia Roccella
Roma. La RU486, la pillola abortiva, sembra avere un merito: aver convertito
alcuni medici obiettori. Su Repubblica di ieri, il dottor Salvatore Garzarelli
dell’ospedale San Paolo di Savona, che ha chiesto alla Asl di sperimentare il
farmaco, proclama: “Aiutare le donne è un mio dovere”. Nessuno chiede
all’intervistato perché il semplice fatto che l’aborto sia effettuato con
una tecnica diversa faccia crollare all’improvviso le sue obiezioni “di
coscienza”.
La verità è che la classe medica vede, nella RU486, la propria liberazione
(non quella delle donne) dalla “tristezza infinita” degli aborti. Con la
nuova tecnica non si compromettono carriere, non si impegna la struttura
sanitaria, non si immobilizza la sala operatoria, non si candida il proprio
reparto a farsi carico della massa di interventi abortivi. Il coro è univoco:
la RU486 è sicura, semplice, rivoluzionaria per la salute delle donne.
Eppure, dietro la “kill pill” si addensano ambiguità irrisolte. Poco si sa,
in Italia, delle quattro giovani donne morte in meno di due anni in California,
tutte per shock settico dovuto a infezione da Clostridium Sordellii, contratta
immediatamente dopo la somministrazione della pillola abortiva. Lo ha confermato
lo scorso quattro novembre la Food and Drug Administration (Fda). Perché solo
in California? Adesso anche la Fda è costretta a chiederselo, ma la risposta
non c’è. E’ forte il dubbio che queste morti siano state diagnosticate
solamente laddove cercate, e quanto è successo in California dovrebbe far
riflettere i medici travolti da improvvisa passione per una tecnica abortiva
che, dati alla mano, appare meno sicura per la salute delle donne delle attuali
procedure disponibili, e consente enormi profitti a pochi produttori
farmaceutici.
Vediamo con ordine i fatti americani. Nel settembre 2000 la Fda permette
l’aborto chimico, autorizzando l’uso del Mifepristone. Si scatenano proteste
e contestazioni, che vengono formalizzate nel 2002 con una durissima petizione
in cui la Fda è accusata di aver seguito un protocollo accelerato, destinato
solo a farmaci salvavita per la cura dell’Aids, del cancro e della lebbra, e
di aver sottovalutato gravi complicanze, alcune della quali letali, sopravvenute
durante la sperimentazione. Nel settembre del 2003 muore a San Francisco Holly
Patterson, 18 anni: uno shock settico immediatamente successivo all’aborto
chimico, con una dolorosissima agonia di alcune ore. I genitori iniziano
un’azione legale per l’accertamento delle cause di morte, e delle effettive
responsabilità del farmaco abortivo. Nel 2004 la battaglia dei Patterson
ottiene un primo, notevole risultato: cambiano le avvertenze sul foglietto
illustrativo. La Fda comunica che “le nuove informazioni ricordano agli
operatori della salute che infezioni batteriche serie e sepsi possono avvenire
senza i segni usuali dell’infezione, come febbre e debolezza”. E’ del 19
luglio 2005 la seconda comunicazione della Fda, dopo ulteriori monitoraggi sul
farmaco: “La Fda è consapevole che negli Usa quattro donne sono morte di
sepsi (grave malattia causata da infezione del sangue) dopo un aborto medico con
Mifeprex e misoprostol. La sepsi è un noto rischio legato a ogni tipo di
aborto. I sintomi in questi casi non sono stati quelli usuali della sepsi. Non
sappiamo se è l’uso del Mifeprex o misoprostol a causare queste morti. I
pazienti dovrebbero contattare immediatamente un operatore professionale della
salute se hanno assunto queste medicine e sviluppato dolore allo stomaco o
disagio, debolezza, nausea, vomito o diarrea, con o senza febbre, per più di 24
ore dopo aver ingerito misoprostol”. Pochi giorni dopo, il 26 luglio, appare
l’anteprima on line di un articolo del “The Annals of Pharmacotherapy” a
firma Ralph Miech, Professore di Farmacologia Molecolare, Fisiologia e
Biotecnologie della Brown Medical School. Sostiene che fin dal 1992 alcuni studi
suggeriscono che il Mifepristone potrebbe predisporre ad infezioni dovute a
contaminazioni batteriche, suscettibili di progredire in shock settici. E’
un’ipotesi che merita di essere verificata, soprattutto dopo la conferma
recente della Fda che a causare i quattro decessi da shock settico sono state
infezioni riconducibili allo stesso batterio, e senza febbre. I più recenti
studi a carico di singoli gruppi di ricerca nazionali insieme alle
sperimentazioni portate avanti dall’Oms, evidenziano come la RU486 non sia
affatto il metodo più sicuro e meno doloroso per interrompere una gravidanza, e
anzi sia necessario un rigoroso follow-up da parte dei medici.
Soprattutto parlano le donne che lo hanno fatto, e che hanno riversato sulla
Danco centinaia di segnalazioni spontanee: perdite di sangue molto abbondanti e
di maggior durata rispetto a quelle registrate per aborto chirurgico, maggior
frequenza di dolori uterini, vomito e diarrea, ma anche febbre e esantema. In
uno studio della Oms pubblicato nel luglio 2004 si fa presente che circa il 10
per cento delle donne sottoposte a sperimentazione si è sottoposta a ulteriori
visite di controllo rispetto a quelle programmate, e di queste il 15 per cento
è dovuta poi ricorrere al ricovero ospedaliero, soprattutto per trattamenti di
gravi emorragie, che hanno compreso anche trasfusioni. Il 70 per cento delle
donne oggetto della sperimentazione ha dichiarato che, nel caso di un ulteriore
aborto medico, sceglierebbe l’ospedale. La grande maggioranza delle donne che
ha assunto la pillola abortiva, insomma, lo rifarebbe solo se garantita dalla
permanenza in una struttura sanitaria, come peraltro richiede la 194.